La respirazione diaframmatica è uno dei principali parametri sul quale il cantante deve lavorare non appena inizia ad approcciarsi alla voce cantata.
Tutti respiriamo, da quando siamo nati, eppure questo processo fisiologico, spontaneo ed automatico, risulta essere differente rispetto a quello che dobbiamo mettere in atto durante la nostra performance.
Ecco perché, se respirare è un processo naturale al quale non ci pensiamo e spesso alle volte nemmeno ci accorgiamo di fare, diventa invece complesso e difficile da gestire mentre cantiamo.
La respirazione fisiologica quindi, risulta essere quella primitiva.
La respirazione intesa come atto in grado di mettere in vibrazione le corde vocali e quindi di dare origine ai suoni e alla comunicazione (per mezzo della voce parlata), invece, è stata ereditata in un secondo momento dall’uomo.
La voce cantata, evoluzione di quella parlata, sfrutta meccanismi respiratori “forzati”, che precludono l’intervento della volontà del cantante sul lavoro del diaframma e di altre muscolature coinvolte.
Ma come si svolge tutto, nello specifico?
Per comprenderlo bisogna primariamente analizzare questo grande muscolo (il diaframma per l’appunto) ed il suo funzionamento.
Il diaframma è un muscolo-tendineo semivolontario (o semiautomatico) laminare a forma di cupola. Esso è composto da una zona muscolare periferica e da una tendinea centrale. Il suo centro frenico, ossia il tendine centrale localizzato nel punto di massima convessità del muscolo, è caratterizzato dalla presenza di tre IATI (ossia buchi). Essi permettono il passaggio dell’esofago e di vasi molto importanti quali l’aorta toracica e la vena cava.
La presenza del diaframma è di fondamentale importanza non solo per dividere la cavità toracica da quella addominale, ma anche per assolvere alla funzione respiratoria e di ematosi (scambio di gas con ingresso di ossigeno ed eliminazione di anidride carbonica).
La parte anteriore del diaframma inoltre è legata alle coste fluttuanti. Esse, essendo strutture mobili, permettono a questo muscolo di compiere la sua escursione ossia di discendere in fase inspiratoria, andando ad ampliare i diametri toracici e partecipando quindi alla meccanica respiratoria.
Vi sarà certamente capitato, andando a lezione di canto o banalmente osservando che cosa succede al vostro compartimento addominale nel momento in cui respirate, di notare che la “pancia” si gonfia, si dilata, come una specie di palloncino.
Ciò dipende proprio dal movimento del diaframma, che, durante la fase INSPIRATORIA si abbassa (per un massimo di circa 3cm), pervenendo a conseguenti atteggiamenti corporei.
Abbassandosi, i polmoni acquisiscono maggiore spazio per espandersi. Essi inglobano aria e tutti gli organi sottodiaframmatici (stomaco, fegato e massa intestinale) che a loro volta sono contenuti in varie regioni della porzione addominale (ipocondriale, lombare, ombelicale e ipogastrica), vengono spinti verso il basso.
Questi organi, grazie alla presenza della pleura viscerale che impedisce loro di rimanere bloccati in posizione fissa, possono quindi muoversi e prendere lo spazio che necessitano, con la percezione sia sensoriale che visiva di “pancia gonfia”.
Mentre questo succede, è importante che la parete muscolare anteriore (retti dell’addome) e quella laterale (muscoli obliqui) resti passiva, quindi rilassata e non tesa.
Tutto questo, come detto in precedenza, accade durante la fase inspiratoria, successivamente alla presa d’aria.
In fase ESPIRATORIA invece, accade l’esatto contrario.
La cupola diaframmatica si innalza, questa volta grazie ad un lavoro attivo muscolare, mentre i polmoni progressivamente si svuotano dell’aria inspirata e gli organi sottodiaframmatici tornano alla loro posizione originaria.
Pensando a quanto descritto, possiamo concludere in maniera piuttosto evidente che la respirazione fisiologica non possa essere applicata nella voce canora.
Il canto è caratterizzato dalla produzione di suoni intonati in accordo con frasi di differente lunghezza, intensità sonora e modalità di emissione. Pensare di poterli eseguire applicando una respirazione regolare e spontanea è piuttosto utopistico e porterebbe di certo a differenti problemi.
I polmoni infatti lavorano in modo tale che, a causa di forze di retroazione elastiche, sono portati a tornare al loro volume originario facendo uscire l’aria che è entrata, secondo un meccanismo del tutto automatico. In condizioni di normalità, queste forze fanno uscire l’aria in tempi troppo brevi e con pressioni troppo alte per essere usate nella pratica canora.
Abbiamo quindi bisogno di attuare una respirazione che ci permetta di rallentare l’ascesa del diaframma durante il processo espiratorio e di diminuire la pressione sottoglottica (PSG).
La PSG altro non è che la pressione della colonna d’aria inspirata che “spinge” sotto alle corde vocali addotte, al fine di farle aprire e generando così il ciclo vibratorio che dà origine ai suoni.
Dobbiamo quindi, in qualità di cantanti, andare ad applicare una Forza che vada a contrastare quelle di retroazione elastica, che porterebbero i polmoni a svuotarsi immediatamente, impedendo all’aria (al fiato) di andare dove vuole lui e lavorando attivamente soprattutto durante la fase di gestione espiratoria.
Non possiamo “perdere” l’aria ma dobbiamo tenerla, facilitando il mantenimento in basso del diaframma. In contemporanea quindi, conservando una morbidezza e rilassatezza della palizzata addominale, manterremo anche la dislocazione degli organi sottodiaframmatici.
È solo il retto dell’addome che supporta con un leggero incremento del suo tono la tenuta del diaframma in posizione, facendo sì che resti largo e disteso lungo tutta la circonferenza. In questo processo intervengono anche altri muscoli e soprattutto gli intercostali esterni, che aiutano a mantenere la cassa toracica espansa. Se volessimo associare la conformazione del diaframma durante l’atto inspiratorio ad un’immagine, si potrebbe dire che esso è simile alla pelle tesa di un tamburo.
È proprio a questo punto, al termine della fase inspiratoria, che inizia il canto.
Via via che cantiamo però, impieghiamo le riserve d’aria che abbiamo inglobato e i polmoni di conseguenza iniziano a svuotarsi.
È proprio qui che inizia il lavoro più impegnativo da mettere in atto, ossia mantenere costante la PSG (pressione sottoglottica), al fine di restare perfettamente intonati e di dare la giusta intensità e dinamica alla frase cantata.
Per farlo dovremo cercare di rallentare l’ascesa del diaframma durante il processo espiratorio, facendo sì che essa sia la più lenta e graduale possibile, ovviamente calibrandola rispetto alla frase che dovrà essere cantata.
Attraverso un’azione volontaria e forzata quindi, si andrà ad incrementare il tono dei muscoli addominali, fino a che non diventerà prevalente nel punto di massimo excursus verticale del diaframma. Questi muscoli quindi andranno ad accompagnare armonicamente la riduzione progressiva dei volumi polmonari, in una situazione sempre tonica ma al tempo stesso rilassata, mai tesa.
Ma qual è la respirazione migliore e maggiormente efficace?
Sarebbero da evitare le respirazioni “alte”, ossia quella clavicolare e quella sterno-toracica costale superiore, dove non solo vi è un innalzamento delle spalle e una conseguente rigidità della parte alta del corpo, ma anche un rifornimento di aria inferiore e spesso non sufficiente per portare a termine le frasi cantate più lunghe in rilassatezza ed elasticità corporea.
Quella maggiormente funzionale risulta essere invece la costo-diaframmatica o toraco-addominale. Essa coinvolge infatti sia le muscolature intercostali che quelle addominali e perviene ad una perfetta discesa del diaframma con un miglior rifornimento aereo, rendendo quindi l’emissione più performante e meno difficoltosa.



